Responsabilità medica per mancata prescrizione dell’amniocentesi

“Il ginecologo che non prescrive l’amniocentesi è responsabile per i danni anche se la donna rifiuta successivamente l’esame. Qualora risulti che il medico ginecologo di fiducia non abbia prescritto l’amniocentesi, ed all’esito della gravidanza il feto nasca con una sindrome che quell’accertamento avrebbe potuto svelare, la mera circostanza che due mesi dopo quella prestazione la gestante abbia rifiutato di sottoporsi all’amniocentesi presso una struttura ospedaliera in occasione di ulteriori controlli: non può, dal giudice di merito, essere considerata automaticamente come causa efficiente esclusiva, sopravvenuta all’inadempimento, riguardo al danno alla propria salute psico-fisica che la gestante lamenti per avere avuto la “sorpresa” della condizione patologica del figlio all’esito della gravidanza, occorrendo all’uopo invece accertare in concreto che sul rifiuto non abbia influito il convincimento ingenerato nella gestante dalla prestazione erroneamente eseguita; non elide l’efficacia causale dell’inadempimento quanto alla perdita della chance di conoscere lo stato della gravidanza fin dal momento in cui si è verificato e, conseguentemente, ove la gestante lamenti di avere subito un danno alla salute psico-fisica, per avere avuto la sorpresa della condizione patologica del figlio solo al termine della gravidanza, la perdita di quella chance dev’essere considerata parte di quel danno ascrivibile all’inadempimento del medico”.

(Cassazione Civile, sez. III, sentenza 10/01/2017 n° 243)

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Milano, diagnosi sbagliata

I giudici hanno stabilito un risarcimento di 6.100 euro per i danni morali e materiali della diagnosi sbagliata. Nella sentenza si sottolineano i danni all’equilibrio psichico della persona.Gli avevano diagnosticato un tumore che in realtà era una “displasia”. La Corte d’Appello Civile di Milano ha condannato un medico e la Fondazione Irccs Ca’ Grande – Policlinico di Milano” a risarcirlo con 6.100 euro per danni patrimoniali e morali e, in particolare, per il “turbamento dell’animo determinato dalla diagnosi errata“. Uno sbaglio che, secondo il collegio presieduto da Luigi De Riggiero, rappresenta una “colpa grave” soprattutto perché può avere ripercussioni gravi sull’equilibrio “psichico della persona”. Era il maggio 2010 quando al paziente venne diagnosticata un “adenocarcinoma infiltrante”: soltanto dopo una serie di accertamenti in altre strutture ospedaliere, il paziente venne a sapere che non si trattava di un tumore. L’uomo, assistito dall’avvocato Stefano Gallandt, intentò una causa civile contro il medico autore della diagnosi e l’ospedale dove era stato ricoverato, ma in primo grado non ottenne nessun risarcimento. Ora, a 6 anni di distanza, i giudici d’appello gli hanno dato ragione.

R.it Milano | 18 aprile 2016

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Chieri, muore dopo 4 mesi di coma in seguito a un errore chirurgico

Intervento chirurgico errato e la paziente muore.

Era stata operata il 1° aprile di un fibroma all’utero, ma le era stato perforato l’intestino.

La procura sequestra le cartelle cliniche dopo l’esposto del marito.

Agnese Facchin era in coma da quattro mesi, in stato vegetativo dopo essere stata sottoposta ad un intervento chirurgico all’ospedale Maggiore di Chieri. E’ morta questa mattina.

Su quello che è accaduto in ospedale, dopo il suo ricovero, la procura di Torino aveva già aperto un’inchiesta per lesioni colpose; ora il pm potrebbe aver già cambiato il capo di imputazione in omicidio colposo dopo il tragico epilogo della vicenda.

La donna, 50 anni, di Trofarello, un marito e due figli, era entrata in ospedale il 1° aprile. Doveva essere sottoposta ad un’operazione in laparoscopia per eliminare un fibroma all’utero. Durante l’intervento però le è stato perforato l’intestino. Di fronte ai dolori lancinanti della donna, i medici sono tornati a controllare e hanno scoperto l’errore quando però la situazione era già gravissima. I referti parlavano di “gravi danni alla corteccia cerebrale”.

Il marito Francesco Vaudano ha presentato un esposto in procura da cui è partita l’indagine. “Io credo siano stati fatti troppi errori ma sarà la magistratura a stabilirlo”, spiega ora Vaudano. “Noi stiamo cercando la verità e vogliamo che su questa vicenda si vada a fondo per noi ma anche per i pazienti futuri dell’ospedale. Perché, se succedono cose simili, c’è qualcosa che non funziona”.

R.it Torino | 28 luglio 2016

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Milano, incinta di due gemelli muore dopo visite in tre ospedali.

Sarà l’autopsia a dare le prime risposte sul caso di Claudia Bordoni, 36 anni, morta due giorni fa alla clinica Mangiagalli, a Milano, dov’era ricoverata per le complicazioni durante la gravidanza – arrivata al sesto mese – di due gemelle, che non sono sopravvissute.

La Procura ha infatti aperto un’inchiesta per omicidio colposo e già nelle prossime ore potrebbe spedire una serie di avvisi di garanzia per verificare eventuali responsabilità dei medici.

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha deciso di inviare gli ispettori negli ospedali che si sono occupati della donna nelle ultime due settimane: l’ospedale di Busto Arsizio, il San Raffaele e infine la Mangiagalli.

Inchieste interne sono state aperte anche nelle tre strutture. La Regione Lombardia sta raccogliendo le prime informazioni, in base alle quali, tuttavia, “non sembra evidenziarsi alcun elemento collegabile a negligenze da parte della clinica che d’altronde è riconosciuta come “il più importante e qualificato punto nascita regionale”.

Il San Raffaele, da parte sua, ha chiarito che “la dimissione” dall’ospedale “è avvenuta dopo aver accertato l’assenza di patologie generali e di natura ostetrica materno fetale”.
www.ilfattoquotidiano.it di F. Q. | 30 aprile 2016

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